La scomparsa di Michele Albanese
Il giornalista è scomparso oggi, domenica 15 febbraio, all’età di 66 anni, all’ospedale di Cosenza: dal 2014 era sotto scorta per le minacce della 'ndrangheta. Il ricordo
È scomparso oggi, domenica 15 febbraio, all’età di 66 anni, all’ospedale di Cosenza, il giornalista Michele Albanese. Era ricoverato da alcuni mesi nel reparto di Rianimazione per le complicazioni sorte in seguito a un infarto. Nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, Albanese era una colonna portante del ‘Quotidiano del Sud’, in particolare della redazione di Gioia Tauro. Ha dedicato la sua intera vita e carriera professionale alla lotta alla ‘ndrangheta e, per questo motivo, era finito nel mirino dei clan della Piana. Suo, infatti, lo scoop sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei riti religiosi e ‘l’inchino’ della statua della Madonna di Polsi davanti alla casa di un boss. A causa delle sue inchieste, viveva sotto scorta dal 2014. Lascia la moglie Melania e le due figlie, Maria Pia e Michela.
In ricordo di Michele Albanese, giornalista giornalista
Venticinque anni fa avevo iniziato a scrivere per un quotidiano in Calabria. Sognavo di fare il giornalista-giornalista, come in quel film su Giancarlo Siani, Fortapàsc.
E ho incontrato lui. Duro, ombroso, burbero nei modi ma paterno nello sguardo. La voce grave di chi crede fino in fondo in quello che fa. Un cronista autentico. Di quelli che non guardano al bello stile, non frequentano salotti e non si atteggiano a intellettuali
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Michele Albanese no: a lui piacevano le notizie. E per chi sceglie di fare questo mestiere nella Piana di Gioia Tauro, le notizie sono quasi sempre cronaca nera: ’ndrangheta, giudiziaria, morti ammazzati, clan, boss, latitanti.
Ma gli interessavano anche le battaglie ideali: il riscatto di una terra – la nostra – “grande e amara”, per dirla alla Leonida Repaci; la legalità; l’affrancazione dalle mafie e il rilancio economico di tutta la Calabria. Era appassionato di storia locale e del Porto di Gioia Tauro, a cui ha dedicato gran parte della sua carriera.
Quel giorno d’estate di venticinque anni fa mi prese sotto la sua ala. Diventammo maestro e allievo. Due cronisti che sognavano di cambiare la Piana a colpi di articoli e inchieste. Ci inventammo una redazione territoriale, raccogliemmo intorno a noi un gruppo di ragazze e ragazzi con la stessa fame di mestiere. E per dieci anni abbiamo scritto e denunciato, analizzato i fatti grandi e piccoli della Piana di Gioia Tauro e della provincia di Reggio Calabria: ’ndrangheta (molta), economia (poca, pochissima), malapolitica e malasanità, folclore e cultura. Dieci-anni-dieci di palestra giornalistica, passati a raccontare agguati di mafia e vertenze sindacali, rivolte di migranti e arresti di massa.
Abbiamo iniziato tante battaglie. Molte le abbiamo perse. Poche quelle vinte. La nostra è una terra difficile. Spesso a rivoltarsi contro sono proprio quelli che credevi amici, magari le stesse persone per cui stai combattendo. Tante pacche sulle spalle e soddisfazioni magre. Eppure siamo andati avanti, anche contro il nostro stesso giornale e i suoi limiti.
Ne è valsa la pena. Per quello che abbiamo condiviso e vissuto fianco a fianco. Le giornate intere in redazione, una stanza accanto all’altra. I lunghi giri e i sopralluoghi in macchina. Le interviste, le conferenze stampa. Ci siamo spartiti tutto: frustrazioni e successi, cene e discussioni, riunioni e scampagnate con “i nostri ragazzi”, risate e delusioni.
Mi ha insegnato tutto, Michele. Mi ha insegnato a tenere la schiena diritta. Senza retorica, senza proclami. Con l’esempio quotidiano. L’onestà intellettuale vale più di mille premi e mille riconoscimenti.
Mi hai messo la penna in mano, Michele, e mi hai fatto diventare un giornalista. M’hai preso che ero un ragazzo e m’hai aiutato a farmi uomo. Un giorno, la mia inquietudine e la rabbia per l’incapacità di riuscire a cambiare la nostra terra mi hanno portato lontano. Le nostre strade si sono separate, ma il filo non si è mai spezzato. La nostra amicizia, il nostro affetto, il nostro modo comune di vedere le cose hanno resistito.
Ho continuato a seguirti da lontano e a essere in pena per te quando due ’ndranghetisti volevano fartela pagare e ti hanno costretto a vivere sotto scorta. Per più di dieci anni. So quanto hai sofferto: libertà compressa, solitudine dell’anima. E quella sensazione tremenda di isolamento, tipica di chi ha scelto la strada scomoda dell’eroe inutile in quel nostro Sud così bello e così infame.
E poi le paure non dette. Per la tua famiglia, per Melania e per le tue amatissime figlie, Pia e Michela. Anche se ci vedevamo poco e vivevamo a distanza, non avevo bisogno di tante parole per capirti. Vedevo le tue mani tremare nei nostri incontri. Sentivo la rassegnazione nella tua voce.
Resta il rimpianto di non aver scritto quei libri insieme. Di non aver trovato un modo per tornare, almeno per un tratto, fianco a fianco.
L’ultima volta che ti ho visto eri immobile in un letto d’ospedale. Un infarto e poi mille complicazioni. Parlavi con un soffio, non avevi molta voglia di reagire.
Me ne sono andato con la sensazione atroce che non eri più tu e con una tristezza profonda nel cuore che non m’ha più lasciato.
Non ho fatto in tempo a salutarti.
Oggi te ne sei andato, Miché. Troppa fatica, troppi dolori. Non hai retto. Con te se ne va un altro pezzo della mia vita. Ma soprattutto se ne va un grande uomo e un grande giornalista.
Di quelli che così non ne nascono più: uno con le suole delle scarpe consumate.
Uno di quei cronisti che sarebbero piaciuti a Kapuściński.
Ma il tuo nome, no, non sarà mai dimenticato.
Te lo prometto. Addio, amico mio, e grazie per tutto.
Per esserci stato, in maniera così piena, nella mia vita. E per tutto il resto.



