Palermo, cantiere aperto: la città che attrae il mondo dell'arte
Dal restauro di Palazzo Butera all'arrivo di Hauser & Wirth, fino al nuovo MAIIA Museum negli ex stabilimenti Gulì alla Noce: Palermo è uno dei cantieri culturali più seguiti del Mediterraneo
Qualcosa si sta muovendo a Palermo. Non è la prima volta che la città promette una rinascita culturale, ma quello che sta accadendo in questi anni ha una consistenza concreta e una provenienza insolita: vengono da fuori, i protagonisti di questa stagione. Vengono dalla Svizzera, dalla Francia, dal Nord Italia. Vedono nella capitale siciliana qualcosa che i palermitani stessi spesso faticano a riconoscere — un patrimonio architettonico unico, una posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, e spazi ancora disponibili, fisici e simbolici, che le grandi capitali dell’arte hanno ormai esaurito.
L’ultima notizia in ordine di tempo è l’arrivo del MAIIA Museum — acronimo di Museum of Artificial Intelligence & Immersive Art — che sorgerà negli ex stabilimenti della storica manifattura tessile Gulì, nel quartiere Noce. Ma per capire il peso di questa notizia, bisogna raccontarla nel contesto più ampio di una città che, nell’arco di un decennio, è diventata oggetto di un’attenzione internazionale crescente e inaspettata.
Palazzo Butera: tutto comincia con una follia
La storia che ha aperto questa stagione è quella di Massimo Valsecchi, imprenditore milanese, ex broker finanziario, collezionista d’arte da cinquant’anni. Nel 2016 acquista Palazzo Butera, monumentale edificio settecentesco nel quartiere storico della Kalsa, affacciato sul Foro Italico con 120 metri di facciata vista mare. Prima di quell’acquisto, non aveva mai messo piede in Sicilia.
Il restauro dura anni e costa 25 milioni di euro — finanziati in parte attraverso la vendita di un solo dipinto, “Versammlung” di Gerhard Richter, ceduto per 20 milioni. Nel 2021 il palazzo riapre al pubblico con l’allestimento integrale della collezione di Francesca e Massimo Valsecchi, che intreccia arte contemporanea, arti decorative e arte antica in un percorso dove le didascalie sono assenti per scelta: nessuno aggiunge informazioni sotto ai quadri che appende in casa. I Valsecchi vivono tuttora all’interno del palazzo, rendendolo uno dei pochi edifici storici al mondo in cui uno spazio espositivo di altissimo livello e un’abitazione aristocratica ancora abitata convivono quotidianamente.
La collezione ospita lavori di Gilbert & George, Tom Phillips, David Tremlett, Anne e Patrick Poirier, Daniel Spoerri. Ma Palazzo Butera non è solo museo: è centro di ricerca, spazio per residenze artistiche, caffetteria nel belvedere affacciato sul mare. Valsecchi lo definisce un “laboratorio aperto alla città” che usa storia, cultura, scienza e arte come catalizzatori di sviluppo sociale per il quartiere della Kalsa, un tempo tra le zone più degradate del centro storico.
Hauser & Wirth: la galleria più potente del mondo sceglie Palermo
Il secondo grande segnale arriva a fine 2025, quando Hauser & Wirth — la galleria svizzera fondata nel 1992 da Iwan e Manuela Wirth e Ursula Hauser, oggi considerata tra le più influenti al mondo con sedi a New York, Londra, Parigi, Los Angeles, Zurigo, Hong Kong e Minorca — annuncia l’acquisizione di Palazzo Forcella De Seta, nel cuore della Kalsa, a pochi passi da Palazzo Butera. Sarà la prima sede italiana della galleria.
Secondo il comunicato stampa ufficiale, il palazzo ha una storia plurisecolare: costruito originariamente nel XVIII secolo sui resti di una casina a mare della famiglia Bonanno, conobbe la sua stagione d’oro nel 1833, quando passò sotto la guida di Enrico Forcella, marchese di Villalonga. Furono gli architetti Nicolò Puglia ed Emmanuele Palazzotto a dargli la forma neoclassica che lo contraddistingue ancora oggi, con mosaici raffinati, vivaci affreschi in stucco, finestre ad arco neogotiche e un giardino interno. Il complesso, che conserva elementi strutturali del XVI secolo tra cui la Porta dei Greci, è una sintesi architettonica di influenze arabo-normanne e gotiche — uno specchio fedele delle stratificazioni culturali che definiscono l’intera Palermo.
Nel corso del Novecento l’edificio ha conosciuto vite diverse: tra il 1937 e il 1940 ospitò la Galleria Mediterranea, ritenuta la prima galleria d’arte privata della città, diretta dalla pittrice Lia Pasqualino Noto; divenne poi una biscazzeria negli anni Cinquanta, e successivamente sede del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Nel 2018 fu uno degli spazi più visitati di Manifesta 12, la biennale nomade europea che quell’anno scelse Palermo come sede. Nel 2020 l’ANCE — l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, proprietaria dal 2003 — mise in vendita la struttura. Hauser & Wirth aveva iniziato a valutarla come potenziale sede già nel 2023, e la trattativa è stata condotta da Mirella Roma, CEO della galleria di origini siciliane, che ha visitato il palazzo più volte negli ultimi mesi prima della firma.
L’atto notarile fu siglato a metà novembre 2025, su circa 2.000 metri quadri che comprendono il piano nobile — destinato a spazio espositivo — due ali laterali e un edificio per gli uffici. L’acquisizione è ora definitiva: il periodo di prelazione di 60 giorni spettante alla Regione Siciliana e al Ministero della Cultura è scaduto senza che nessuno dei due enti abbia esercitato il proprio diritto, e Hauser & Wirth è ufficialmente proprietaria del palazzo dall’inizio del 2026. I lavori potranno iniziare nel corso dell’anno, con apertura prevista entro il 2030.
Nelle parole di Iwan Wirth: «È per noi un onore ed un privilegio intraprendere il restauro di Palazzo Forcella De Seta, un luogo di straordinaria importanza e bellezza, ed avere l’opportunità di creare una nuova destinazione per le arti in un contesto celebre in tutto il mondo per la sua vocazione allo scambio culturale attraverso i secoli. Siamo grati ai proprietari precedenti, ANCE, per la cura e la responsabilità con cui hanno custodito questo sito eccezionale».
Non è un caso che la scelta sia caduta su Palermo e non su Milano, Roma o Venezia. Come già avvenne con la sede di Minorca, Hauser & Wirth cerca contesti che sappiano coniugare identità storica forte e margine creativo — città ancora abbastanza “incompiute” da lasciare spazio a una visione. E Palermo, con il suo costo della vita sostenibile, la sua vivacità contraddittoria e la sua crescente visibilità internazionale, risponde a tutti questi criteri.
Il MAIIA Museum e gli ex stabilimenti Gulì: il quartiere Noce incontra il futuro
La notizia più recente riguarda un’area della città molto diversa dalla Kalsa: il quartiere Noce, periferia popolare segnata da decenni di declino, abusivismo edilizio, dispersione scolastica e disagio sociale. Ed è proprio qui che la fondazione francese B&B Riccobono Art of the Future — dei coniugi Bernard e Brigitte Riccobono, dinastia di industriali transalpini con radici nell’editoria e nelle tipografie nazionali (tra i loro clienti storici La Croix, Le Monde, Le Figaro) — ha acquisito gli ex stabilimenti della Manifattura Tessile Gulì, sito di archeologia industriale abbandonato da vent’anni.
La storia della famiglia Gulì è una delle più belle della Palermo industriale del Novecento. Tutto iniziò nel 1882, quando il giovanissimo Giuseppe Gulì, figlio di un operaio tessile appena congedato dai bersaglieri, aprì il primo stabilimento in Via Mura Porta Carini, là dove ancora oggi si erge la porta d’ingresso allo storico Mercato del Capo. Seguirono decenni di crescita, superando la Grande Guerra e poi la Seconda, sviluppando anche la coltivazione e lavorazione del cotone siciliano quando la guerra rendeva impossibile rifornirsi al Nord.
Nel 1937 la famiglia acquistò Villa Belmonte-Gulì al quartiere Noce — splendida villa neoclassica costruita per volere del principe Giuseppe Emanuele Ventimiglia di Belmonte all’inizio dell’Ottocento, rimasta incompiuta per via della tisi che lo stroncò a Parigi nel 1814 — e trasformò il suo giardino in un moderno opificio, inaugurato nel giugno 1939. Lo stabilimento originario, in Via Mura Porta Carini, era stato espropriato e abbattuto nel 1938 per fare spazio al nuovo Palazzo di Giustizia: i Gulì non si arresero e trasferirono i macchinari, ripartendo da capo.
Nel 1994 un piano regolatore dichiarò la fabbrica “netto storico”, imponendo vincoli che resero sempre più difficile l’ammodernamento necessario a competere con le nuove economie globali e il fast fashion. Le attività si fermarono definitivamente nel 2006. Peppino Gulì, Cavaliere del lavoro e ultimo grande protagonista di quella storia imprenditoriale, è scomparso nel 2024 a 94 anni. La villa di famiglia è ancora abitata dagli eredi; sono i padiglioni industriali annessi, abbandonati da due decenni, ad essere stati acquisiti dai Riccobono.
Qui sorgerà la seconda sede del MAIIA Museum. La prima è in via di completamento a La Valletta, capitale di Malta e sito UNESCO, in un edificio storico all’angolo tra St. Dominic e Republic Street, progettato dagli architetti DeMicoli & Associates e Mattermake in collaborazione con il gruppo internazionale Museum Studio. Quella palermitana sarà più grande, affidata per il design allo studio francese Ora-ïto. Del team curatoriale fanno parte Dominique Moulon, curatore, e Sandro Debono, consulente strategico. Il progetto prevede spazi espositivi per arte e nuove tecnologie, residenze artistiche, workshop, installazioni interattive, servizi di ospitalità e boutique. Il filo conduttore è la formula immersiva e digitale, con l’intelligenza artificiale come strumento creativo e non solo come tema.
I Riccobono si presentano come costruttori di una rete museale mediterranea, non come collezionisti né come galleristi. Vogliono che i loro spazi siano “laboratori di creatività”, luoghi di incontro tra artisti, tecnologi, ricercatori e cittadini di ogni età e provenienza. Una dichiarazione d’intenti ambiziosa, che si scontrerà inevitabilmente con le difficoltà di un quartiere come la Noce — e che proprio per questo, se mantenuta, potrebbe avere un impatto autentico e duraturo sulla città.
I Cantieri Culturali alla Zisa: il precedente ingombrante
A poche centinaia di metri dagli ex stabilimenti Gulì si trovano i Cantieri Culturali alla Zisa, il confronto più diretto e inevitabile con il nuovo progetto. Anche lì un’area di archeologia industriale — le ex Officine Ducrot, dove alla fine dell’Ottocento Ernesto Basile progettò i mobili liberty che arredarono Montecitorio e le grandi navi dei Florio — venne recuperata negli anni Novanta dall’amministrazione Orlando e trasformata in polo culturale. Oggi ospita l’Institut Français, il Goethe Institut, il Centro di Cultura Ellenico, il Cinema De Seta (il più grande cinema pubblico del Sud Italia), il Centro Internazionale di Fotografia intitolato a Letizia Battaglia, lo ZAC gestito dalla Fondazione Merz, l’Accademia di Belle Arti, l’Istituto Gramsci Siciliano, oltre a numerosi spazi teatrali e musicali.
Un patrimonio enorme, gestito però in modo frammentato, con difficoltà a costruire un’identità unitaria e a dialogare davvero con i quartieri circostanti. Molti abitanti della Zisa e della Noce, che risiedono a poche centinaia di metri dai Cantieri, non conoscono nemmeno l’esistenza del complesso — una distanza che non è solo geografica ma culturale e sociale.
Proprio in questi giorni, tuttavia, ai Cantieri si annuncia qualcosa di nuovo: il PATIC (Palermo Technology Innovation Center), un hub per startup e innovazione digitale finanziato dalla Regione Siciliana con 600 mila euro, promosso da Sispi — la società che gestisce i servizi informatici del Comune — che troverà casa nello spazio delle Tre Navate. L’obiettivo dichiarato è trattenere i talenti locali, supportare le PMI siciliane nella transizione digitale e fare di Palermo un punto di riferimento per l’innovazione nel Mediterraneo. Una piccola scommessa, forse, accanto alle grandi operazioni private che stanno ridisegnando la mappa culturale della città. Ma non priva di significato.
Una città, molte scommesse
Palazzo Butera, Hauser & Wirth, il MAIIA Museum agli ex stabilimenti Gulì, il PATIC ai Cantieri della Zisa: quattro progetti diversi per natura, provenienza e vocazione, che convergono però su un’unica intuizione — che Palermo, nonostante le sue contraddizioni croniche, offra ancora qualcosa che le grandi capitali dell’arte non hanno più. Spazio fisico, stratificazione storica, posizione mediterranea, costo della vita ancora sostenibile, e una città abbastanza “incompleta” da lasciare margine all’immaginazione.
C’è però una domanda che attraversa tutte queste storie e che Palermo si porta dietro da sempre: chi beneficia davvero di questi investimenti? I quartieri che li ospitano, con le loro fragilità sociali e le loro comunità spesso tagliate fuori dai circuiti culturali internazionali? O si tratta di operazioni destinate a restare isole illuminate in un territorio che rimane al buio, capaci di attrarre visitatori da tutto il mondo senza cambiare nulla per chi ci vive?
La risposta non è scritta. Dipenderà da scelte concrete — di programmazione, di radicamento, di dialogo con il territorio — che nessun comunicato stampa può garantire in anticipo. Quello che è certo è che Palermo, ancora una volta, non manca di chi voglia scommettere su di lei.



